Ma… però; sì… però

di Mario Angeli

Con queste espressioni, l’una di sostanziale opposizione (oltre che di precaria correttezza linguistica), l’altra di sofferta e titubante apertura, venivano spesso accolte le mie proposte in collegio dei docenti da alcuni soliti noti, soprattutto quando esse miravano ad innovare, a scuotere, ad uscire dalla disarmante e paralizzante routine sintetizzabile nell’adagio“abbiamo sempre fatto così.

 

Premesso che l’innovazione è il tentativo di dare una risposta più efficace a problemi o situazioni che le strategie disponibili non sono state in grado di migliorare e che quindi è velleitario e pericoloso proporla per se stessa, credo che uno  dei peggiori mali della scuola italiana sia la sostanziale chiusura a tutto ciò che mira al cambiamento, di cui spesso non si va alla ricerca degli elementi positivi per attuarlo, pur con occhio vigile, ma se ne cercano gli inevitabili aspetti meno positivi, li si enfatizza generalizzandoli e si affossa il tutto: quindi il cambiamento è considerato a priori, da chi ha queste opinioni, non come opportunità di miglioramento, ma temuto come arretramento.
La scuola, che è la sede deputata per eccellenza ad interpretare in modo critico tutta la realtà con cui viene in contatto ed a formare questa competenza nei suoi allievi, spesso compie l’errore di non considerare con attenzione tutte le sfaccettature di un problema, come può essere una innovazione, o di vederlo attraverso la deformazione ottica dell’ideologia, che è il contrario della critica.

 

Quindi, sì … però.

Ho fatto queste riflessioni leggendo le variegate prese di posizione sull’Atto di indirizzo, emanato dal Ministro Profumo il marzo scorso, una sorta di sintesi dei principali problemi che il nuovo ministro dell’istruzione Maria Chiara Carrozza dovrà affrontare, se vorrà o potrà seguire le indicazioni del ministro uscente.
Tale Atto si articola in dieci Priorità politiche, di cui le prime quattro riguardano l’innovazione tecnologica, la ricerca e l’università, le cinque successive hanno il sistema scolastico come focus e l’ultima si occupa della Riorganizzazione e ammodernamento del Ministero.

 

Qualche commento.

Nella quinta, relativa allo “Sviluppo delle azioni di valutazione della performance del sistema scolastico con particolare riferimento agli apprendimenti e alle competenze degli alunni”, il Ministro, al punto a),  raccomanda di “completare l’attuazione del sistema nazionale di valutazione”: affermare che si tratti di una vexata quaestio non rende affatto l’idea di quali e quanti sommovimenti si provochino da anni nelle scuole e nei sindacati al solo parlare di valutazione, non già degli alunni, ma del servizio scolastico e quindi, per scendere sul piano della concretezza, dell’efficacia didattica e della qualità dell’offerta formativa, che non è un processo che si autogenera, ma è prodotto dalla sinergia di almeno tre soggetti, ossia gli alunni, la scuola come titolare fornitrice del servizio, i docenti: sulla valutazione dei primi due attori non si sollevano obiezioni di rilievo, ma i gravi problemi nascono riguardo alla valutazione del terzo soggetto.
La materia è certamente delicatissima, perché va a toccare la competenza e la dignità di professionisti, i docenti, che il sistema costringe spesso ad operare in condizioni di precariato non solo occupazionale ma soprattutto strumentale e sociale; tuttavia, come non concordare con l’asserita necessità da parte di Profumo, di  “promuovere e sviluppare la cultura della trasparenza, della rendicontazione sociale e del confronto dei risultati in ambito nazionale, europeo ed internazionale”?  Credo che se vogliamo che la scuola sprigioni finalmente l’energia rinnovatrice della società in tutte le sue dimensioni, bisogna considerare che l’effetto cascata non si genera dal bacino di raccolta verso la sommità della rupe di caduta, ma esattamente nella direzione opposta.

 

Sì … però.

, è giusto che tutti siano valutati e ricevano incentivi materiali e sociali in caso di esito positivo e siano stimolati ed accompagnati a migliorare la loro efficacia in caso di valutazione negativa; però, prima si risolvano i problemi retributivi, occupazionali, strutturali che angustiano la scuola italiana e che la relegano tra le meno apprezzate dalla classifiche internazionali.
, è giusto essere valutati; però, chi valuta? Il dirigente scolastico? Dio ci scampi! Un team di esperti? Ma chi ne garantisce la competenza e la trasparenza delle procedure?
Sono  alcune obiezioni che si sentono da decenni e che, trovando evidenti appoggi di natura sindacale, politica ed amministrativa, hanno finora frustrato i tentativi ministeriali di introdurre un sistema valutativo efficiente, equo e premiante.
Nella stessa priorità n. 5, al punto c), il ministro Profumo rinverdisce un tema non nuovo: “Adeguare la durata dei percorsi di istruzione agli standard europei” ossia, in chiaro, ridurre di un anno la durata complessiva del corso di studi; già il ministro Luigi Berlinguer aveva tentato nel 2000 di introdurre questa significativa innovazione, che però fu rapidamente sopraffatta e travolta da dibattiti anche seri, ma soprattutto da bizantinismi che avevano il chiaro obiettivo di affossarla.

 

Sì … però.

Anche il suggerimento di Profumo ha incontrato più fuoco di sbarramento che adesioni dichiarate.
, è opportuno che i nostri studenti cessino di essere penalizzati, rispetto ai loro coetanei di molte nazioni europee e non solo, poiché conseguono il diploma finale a 19 anni anziché a 18; però, come si fa ad anticipare l’uscita di un anno? Si riduce la durata complessiva a 12 anni rispetto agli attuali 13? Ma da quale segmento scolastico si sottrae un anno? Si mantengono i 13 anni, anticipando a 5 anni l’ingresso nella scuola primaria? Sì … però, pediatri, psicologi, pedagogisti ed altre professionalità già ai tempi di Berlinguer si confrontarono accanitamente; i dibattiti si assopirono con la cancellazione della riforma, però sono pronti a riprendere vigore, dividendosi in troppi rivoli dialettici, che potrebbero non giovare alla soluzione del problema.
Perché in effetti il problema c’è ed è molto serio: con il sostanziale superamento delle barriere di mercato, almeno nell’UE, i nostri giovani sono fortemente penalizzati, dovendo ritardare di un anno l’accesso all’Università e la conseguente immissione nel mondo delle occupazioni; pertanto l’urgenza di allinearci con il resto dell’Europa dovrebbe consigliare di affrontare l’argomento con un’ottica pragmatica, anziché con retorico accademismo o timore di chissà quali regressi culturali del nostro paese, se la durata degli studi sarà di 12 anni; con un pizzico di giustificata preoccupazione si può obiettare che se oggi la scuola italiana occupa i posti bassi delle classifiche europee, nonostante i 13 anni del curricolo di studi, che succederà il giorno in cui si taglierà un anno? Anziché cavalcare questo timore, non è forse tempo di accettare con coraggio una sfida che generi una scuola rinnovata e degna interprete dei vertici artistici, letterari, musicali, scientifici che tutto il mondo riconosce all’Italia e dei quali esso è in larga parte debitore?
Su vari organi di stampa il sì … però, trovandosi a corto di argomenti migliori, ha criticato la proposta Profumo per l’eccessiva concisione nella sua formulazione, quasi che egli abbia voluto banalizzarla, liquidandola in poche battute a fronte delle criticità che essa obiettivamente suscita. Quindi la proposta ministeriale è criticata perché troppo enunciativa; ma che si sarebbe obiettato se il ministro avesse pubblicato integralmente le conclusioni a cui è giunta un’apposita commissione da lui insediata nel 2012? Le critiche si sarebbero addensate certamente sul merito delle proposte della commissione, ma anche sull’inopportunità che un ministro uscente tracciasse linee troppo marcate sulla riforma, creando situazioni di disagio al ministro subentrante.

 

Quindi, sì … però.

La priorità n. 9 raccomanda al punto a) di “promuovere interventi di messa in sicurezza degli edifici scolastici …” ed al punto b) “la costruzione di nuovi edifici in un’ottica completamente rinnovata, rendendo le scuole stesse, anche a livello strutturale, un vero laboratorio interattivo per la partecipazione alla società della comunicazione”.
La messa in sicurezza degli edifici scolastici, che spesso espone bambini e giovani a seri rischi, è senz’altro una drammatica priorità a livello nazionale, resa ancor più insopportabile da almeno due paradossi: la responsabilità per l’annosa e grave inosservanza della legge 626 e successive pesa interamente sullo Stato, che in materia è sfacciatamente tollerante con sé stesso per le proprie inadempienze, ma è altrettanto intransigente con il privato che disattenda le medesime normative; ancora: il famigerato patto di stabilità impedisce agli Enti locali di provvedere ai restauri ed alla messa in sicurezza, nonostante abbiano in cassa le necessarie risorse economiche.
Per comprendere appieno il suggerimento ministeriale circa la “costruzione di nuovi edifici in un’ottica completamente rinnovata, rendendo le scuole … un vero laboratorio interattivo …”, è necessario ricordare almeno un passaggio delle Norme tecniche-quadro relative all’edilizia scolastica, recentemente emanate dal medesimo ministro, alle quali rimando per l’interessante lettura integrale; nel primo paragrafo sono analiticamente descritti gli spazi di apprendimento, esaminati, più che nella loro dimensione strutturale e tecnica, che deve essere pensata, elaborata e progettata dagli architetti e dagli ingegneri,  nelle applicazioni pedagogico-didattiche di tali spazi, che il progettista è tenuto a conoscere ed a soddisfare, ma che implicano un modo nuovo di fare scuola, per certi aspetti rivoluzionario, rispetto agli standard italiani.
Sono cinque gli spazi considerati dal documento, che frantuma la dominante priorità che l’aula riveste nella stragrande maggioranza delle scuole, anche laddove non mancano spazi alternativi.
“Tradizionalmente l’aula è stata lo spazio unico della didattica quotidiana, un luogo in cui il docente, posto di fronte a file di ragazzi disposti in file di banchi, trasmetteva agli studenti le conoscenze da acquisire. L’aula moderna è ancora uno spazio pensato per interventi frontali ma è ora uno dei tanti momenti di un percorso di apprendimento articolato e centrato sullo studente. Nell’aula il docente introduce temi nuovi, fornisce Indicazioni per le attività da svolgere o gestisce momenti di sintesi e valutazione. È lo spazio in cui il ruolo del docente si fa più esplicito e diretto e in cui si pongono le basi e si traggono le conclusioni del percorso didattico complessivo”.

 

Ed è qui che affiorano i sì … però.

Le principali obiezioni forse adombrano il timore che il nuovo modello di didattica, che rompe i rigidi schematismi della prevalente didattica frontale, lamentano però l’intempestività della proposta ministeriale, che, a loro modo di vedere, non è prioritaria rispetto alla necessità di restaurare molti edifici fatiscenti, di fornire le scuole delle attrezzature e dei materiali essenziali, di completare le riforme lasciate per strada, di riaprire i contratti bloccati da anni, …: urgenze genuine e sacrosante, ma perché dovrebbero andare in conflitto con un auspicato miglioramento della didattica o, almeno, con una più accorta progettualità edilizia, considerato che, in ogni caso e grazie al cielo, qualche scuola viene ancora costruita, nonostante la crisi?
Gli ordini professionali dei progettisti hanno accolto favorevolmente i suggerimenti ministeriali (anche riprendendo prontamente il comunicato stampa del Miur dell’11 aprile scorso). Traggo dal sito www.edilone.it del 15 aprile scorso: “Vengono dunque riconfigurate la architetture interne, proponendo una concezione dello spazio differente da un modello di organizzazione della didattica rimasto ancorato alla centralità della lezione frontale. Le linee guida appena approvate propongono invece spazi modulari, facilmente configurabili e in grado di rispondere a contesti educativi sempre diversi, ambienti plastici e flessibili, funzionali ai sistemi di insegnamento e apprendimento più avanzati. Se infatti cambiano le metodologie della didattica, superando l’impostazione frontale, anche la realizzazione degli edifici scolastici dovrà rispondere a parametri e criteri architettonici e dell’organizzazione dello spazio del tutto nuovi”.
Quindi gli architetti e gli ingegneri hanno compreso la portata innovativa, sul piano dell’efficacia didattica; il mondo della scuola vorrà rimanere ancorato al paralizzante sì … però?

                                                                                                                              

 

 

 

 

 

 

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