L’albero della conoscenza. Gli schemi mentali

di Maria Famiglietti

Prosegue la pubblicazione di alcuni articoli sugli strumenti più efficaci per apprendere e per costruire una conoscenza duratura e significativa, elaborati dalla prof.ssa Maria Famiglietti nel suo lungo lavoro di ricerca e sperimentazione didattica. Dopo aver esaminato l’evoluzione dei modelli di insegnamento, l’autrice  prende in esame le modalità con cui la mente entra in relazione con la realtà, costruendosi degli schemi necessari per agire e per ampliare le conoscenze. Desideriamo ricordarla così nel primo anniversario della sua scomparsa; molte altre testimonianze del suo lavoro di formatrice si possono trovare sul sito www.mariafamiglietti.eu.

Immaginealbero conoscenza

La ricerca della scienza cognitiva ha portato, lungo un successivo lavoro di rielaborazione, ad affermare che tutte le nostre conoscenze generiche sono contenute in schemi mentali attraverso i quali si attua il contatto fra la nostra mente e la realtà esterna e mediante i quali, al suo interno, la mente elabora, sistema, organizza i dati che le provengono dall’esterno, mettendoli in relazione dinamica con quelli già presenti.
Ancora oggi l’opinione comune considera gli schemi un semplice accorgimento grafico da utilizzarsi quando si vuole semplificare una spiegazione o visualizzare un percorso o un’idea, in modo assolutamente libero, personale e senza regole, non considerando quindi i codici e le sintassi che li regolano a seconda della tipologia e che bisogna tenere presenti per utilizzarli correttamente in base alle differenti operazioni mentali che visualizzano.
Per capire meglio questa necessità epistemologica vediamo ora come si è sviluppato il concetto di schema  nell’ambito del dibattito su come la mente costruisce e rappresenta la conoscenza e quanto tale concetto sia per noi fondamentale, trattando di soggetti in apprendimento e di realtà conoscitive da organizzare.
La nozione di schema viene definita per la prima volta come “blocco di costruzione della conoscenza” dallo psicologo  Bartlett nel 1932, che a sua volta la attribuisce al filosofo Head (1920); in realtà, come dice Rumelhart1, il primo a utilizzare la parola schema in riferimento alla mente fu Kant, nel 1787, nella parte dell’Analitica trascendentale della Critica della ragion pura.
Gli schemi sono, dunque, elementi fondamentali che la nostra mente utilizza in diverse situazioni:

● nel recupero delle informazioni dalla memoria di fronte a stimoli esterni o provenienti dal pensiero. Ad esempio, se un insegnante chiede ai propri alunni di scrivere una frase riguardante la loro scuola (cioè quella che tutti frequentano), ogni alunno scriverà probabilmente cose diverse, in tutto o in parte, perché lo stimolo dell’insegnante ha attivato in lui uno schema personale costituito da un grappolo di elementi che sono sì legati alla realtà oggettiva di quella scuola, ma sono anche connessi al vissuto, alla cultura, alle esperienze peculiari di ciascun alunno;

● nell’organizzazione di azioni: ad esempio, quando suona la campanella dell’intervallo, ciascun ragazzo effettua una serie di azioni secondo uno schema mentale, che la scienza cognitiva definisce script o copione, seguendo i vincoli delle condizioni oggettive (tempo, limiti ambientali, …) ma con variazioni personali legate al proprio script;

● nella determinazione di scopi e sottoscopi: ad esempio, quando ci si trova a dover affrontare una situazione problematica, ognuno di noi tende ad agire seguendo un proprio schema mentale frutto dell’esperienza e finalizzato a raggiungere prima gli obiettivi più importanti e poi quelli connessi a questi;

● nelle assegnazioni di risorse di fronte a una conoscenza nuova: ad esempio, davanti  a un nuovo stimolo la nostra mente tende ad inquadrarlo in uno schema che già possiede, ingrandendolo o modificandolo; se questa operazione non riesce, il nuovo stimolo,  per essere trattenuto, dovrà originare un nuovo schema che inevitabilmente provocherà una ristrutturazione di un certo numero di grappoli di schemi: ecco perché il susseguirsi di nuove conoscenze determina il cambiamento della nostra visione del mondo.

Quindi la mente utilizza gli schemi (costruendoli, accrescendoli e modificandoli) nell’orientamento del flusso di elaborazione all’interno del sistema di rappresentazione della conoscenza.

In pratica, attraverso gli schemi la mente attua il suo rapporto con la realtà e se la rappresenta organizzandola. Pertanto nella nostra mente esistono schemi che rappresentano tutti i tipi di conoscenza e tutti i concetti: sia di oggetti fisici o concetti immateriali legati alla nostra cultura, sia di situazioni, sia di eventi o sequenze di eventi, sia di azioni o sequenze di azioni.

Gli schemi che rappresentano la conoscenza di oggetti fisici colgono i rapporti di tipo spaziale e di tipo funzionale per organizzare, a livello mentale, la conoscenza dell’oggetto stesso: ad esempio, di fronte a una sedia lo schema mentale ne coglie l’insieme, le parti e le funzioni.

Invece gli schemi che la mente applica per conoscere e agire in situazioni, corrispondono per molti versi, come abbiamo già accennato, ai copioni o script e prevedono costanti e variabili. Se, ad esempio, ci rechiamo in un negozio per fare un acquisto, le costanti saranno date dalla merce, dal denaro, dal tempo, dal luogo, dall’acquirente e dal venditore, mentre le variabili possono consistere nelle trattative, negli argomenti del venditore, nella capacità di ottenere uno sconto, nelle condizioni di pagamento, …

In generale, gli schemi presentano quattro caratteristiche comuni che sono state così definite da Rumelhart e Ortony2:

– sono variabili;
– possono inserirsi ad incastro l’uno dentro l’altro;
– rappresentano le conoscenze ad ogni livello di astrazione;
– rappresentano conoscenze più che definizioni.

Quindi gli schemi sono processi attivi e, come si è già rilevato, tutta la nostra conoscenza generica è contenuta in essi: gli schemi sono anche dispositivi di riconoscimento in grado di valutare, durante l’elaborazione, il proprio grado di adeguatezza ai dati via via elaborati. Ciò avviene per mezzo di strutture di controllo che rivelano alla mente se la configurazione di uno schema è adeguata. Tali strutture sono state studiate e definite nel 1975 da Bobrow e Norman3 e seguono due percorsi:

– dall’intero alla parte minima, vale a dire dall’alto al basso in una elaborazione guidata dai concetti;
– dalla parte minima all’intero, quindi dal basso verso l’alto, in una elaborazione guidata dai dati.


 

 

 

 


  1. D.E. Rumelhart, Schemi e conoscenza, in D. Corno – G. Pozzo (a cura di), Mente, linguaggio, apprendimento, La Nuova Italia, Firenze 1991. 

  2. Ibidem

  3. D.G. Bobrow – D.A. Norman, Some Principles of Memory Schemata,in D.G. Collins (a cura di) Representation and Understanding: Studies in Cognitive Science, Academic Press, New York 1975. 

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