La voce dei docenti. Esami del primo ciclo: criticità e punti di riflessione

di Rosella Tirico

Si propone l’analisi di una dirigente scolastica sull’esame finale del primo ciclo di istruzione, che ne sottolinea alcuni aspetti critici e suggerisce possibili modifiche migliorative. Docenti e dirigenti, che da poco hanno vissuto direttamente questo momento conclusivo del percorso scolastico, nel ripensare alla loro esperienza potranno condividere del tutto o in parte le riflessioni e le proposte presentate nel corsivo e… far sentire la loro voce.

 

Gli esami del primo ciclo di istruzione 2013 sono stati regolati dal Dpr. 122 del 2009 e dalla circolare MIUR n. 48 del 2012 per quanto riguarda gli aspetti tecnici inerenti al loro svolgimento ed alla valutazione, ma, prima ancora, tali esami, per gli aspetti più generali, sono disciplinati dal D.L.vo 59/2004 per quanto riguarda la validità dell’anno scolastico ai fini dell’ammissione, dal D.L. n. 137/2008 convertito dalla L. n. 169/2008 artt. 2 e 3 in riferimento alla valutazione dell’ammissione tramite voto unico.
Per la predisposizione delle tracce interne scritte e per la conduzione del colloquio orale fa fede il D.M. del 26 agosto 1981 e, successivamente ad integrazione di esso, per la predisposizione di tracce diverse, l’O.M. 90 del 2001.
La prova Nazionale, nel suo svolgimento, viene regolata dal citato Dpr. 122, nel quale si trovano anche precise indicazioni riguardanti la valutazione finale complessiva dell’esame, al cui risultato concorrono «gli esiti delle prove scritte ed orali ivi compresa la prova di cui al comma 4 (prova nazionale) e del giudizio di idoneità di cui al comma 2. Il voto finale è costituito dalla media dei voti in decimi ottenuti dalle singole prove e nel giudizio di idoneità arrotondata all’unità superiore per frazione pari o superiore a 0,5» (Dpr. 122 art. 3 comma 6). In aggiunta e per maggiore chiarezza la circolare MIUR n. 48. del 2012, che ha regolato anche gli esami del 2013 (cfr. nota 3080 del 5 giugno 2013), dice: «Per media dei voti deve intendersi la media aritmetica, dovendosi attribuire a tutte le prove d’esame il medesimo rilievo. Si esclude pertanto ogni possibilità di ricorrere alla media ponderata».

Criticità

Il citato Decreto del 2009 in apertura afferma un importante principio:
«La valutazione è espressione dell’autonomia professionale propria della funzione docente, nella sua dimensione sia individuale che collegiale, nonché dell’autonomia didattica delle istituzioni scolastiche».
Il fatto è che l’Autonomia non è mai stata ben compresa né dalle istituzioni scolastiche né dall’utenza e si è quasi sempre solo utilizzata come paravento per superare incertezze nell’attribuzione di responsabilità e competenze, ed il decentramento, spesso vissuto come risultato di uno scaricamento amministrativo sugli adempimenti, ha visto il moltiplicarsi di referenti e settori di controllo/monitoraggio che certamente non hanno raggiunto uno degli scopi che la modifica del Titolo V si prefiggeva: semplificare!
Nell’ultimo decennio tutto nella scuola è diventato più complesso in nome della ottimizzazione dei processi e della trasparenza, che, insieme alla estremizzazione delle procedure riguardanti la privacy e la sicurezza si innestano come metastasi nel cuore dell’educazione, della formazione e della sua valutazione che non sono più né libere espressioni, né dimensioni esclusive della funzione docente e della scuola.

Dimostrazione e punto critico di tale situazione è anche l’esame conclusivo del primo ciclo di istruzione.
Per i non addetti ai lavori si ricorda che esso si articola e si basa sull’ammissione finale che il Consiglio di classe esprime con un voto unico. Seguono le prove scritte interne di italiano, matematica, lingue straniere, retaggio del vecchio esame di terza media. Queste valutazioni vengono gestite dai docenti del Consiglio di classe sulla base di criteri elaborati collegialmente (e qui ci sarebbe l’attuazione dell’autonomia delle istituzioni scolastiche).
Negli ultimi anni, allo scopo, si presume, di innalzare il successo scolastico ed allinearsi con l’Europa, all’esame si è aggiunta la prova nazionale con quesiti di italiano e matematica (due fascicoli), la cui correzione viene effettuata on-line ed il cui esito viene automaticamente espresso con un voto unico direttamente dall’INValSi.
Nel passato il colloquio orale a carattere interdisciplinare chiudeva l’iter dell’esame subito dopo le prove interne, ora lo si sostiene dopo aver svolto la prova nazionale.
Nel Colloquio l’alunno dovrebbe dimostrare le proprie capacità di stabilire connessioni tra i saperi e di saper interagire attivamente con la sottocommissione d’esame, per evidenziare capacità critiche e di orientamento.

Così alla valutazione finale dell’esame concorrono prove diversamente concepite ed impostate su principi metodologico-didattici differenti, ma diverse anche nel modo in cui vengono valutate.
Le prove interne si valutano con parametri soggettivi, valorizzano gli aspetti formativi e sono disciplinate, oltre che dalla normativa nazionale, anche da criteri collegiali per lo più ispirati a situazioni di contesto ed ai principi della valutazione autentica (1), le prove esterne nazionali si valutano con parametri oggettivi, valorizzano aspetti statistici e sono disciplinate da norme e criteri nazionali/internazionali.
Le prime tendono a valorizzare la creatività, la personalizzazione della performance, le seconde tendono a valorizzare la logicità, la comprensione globale ed immediata di testi/situazioni da parte dell’alunno.

Nel quadro finale della valutazione che in sede d’esame viene elaborato dalla Sottocommissione, alla fine, coesistono queste due anime della didattica e della valutazione con non poche contraddizioni, a cui si aggiunge una martellante attenzione alla “diversità” che, in questi ultimi anni, ha investito la scuola in ogni fase del suo fare fino, ovviamente, all’esame finale. Il Dpr. 122 spiega bene che si deve sempre tenere conto della personalizzazione, sia differenziando le prove che valutando sulla base di situazioni specifiche rilevate. Spesso ci si ritrova a riflettere su come valutare le innumerevoli diversità nel rispetto di parametri standard e come spiegare tutto questo alle famiglie sempre più interessate solo ad allungare uno sguardo obliquo (2) sul vicino di banco o di rigo del proprio figlio nel tabellone finale dei voti.
Negli ultimi anni, gli esiti conseguiti dagli alunni nelle diverse prove d’esame hanno mostrato queste discrepanze, evidenziando quasi sempre risultati diversi nella valutazione tra le prove interne e quelle esterne. Per esempio, alunni con valutazioni elevate nelle prove interne spesso hanno ottenuto risultati mediocri nelle prove esterne; meno frequente è stata la presenza di alunni con valutazioni alte nelle prove esterne e valutazioni basse nelle prove interne.
A tutto questo si aggiunge un atteggiamento crescente da parte delle famiglie di delegittimazione del “potere” valutativo dei docenti, basato soprattutto sulla incomprensione del concetto di autonomia, sulla incertezza sociale del momento storico che pone il sospetto su tutto ciò che è istituzione e sulla frustrazione generazionale che accompagna i nuovi genitori che per contrappeso tendono a difendere oltre ogni ragionevole principio i propri figli.

La certificazione: una questione aperta

L’esame del primo ciclo prevede infine la Certificazione delle Competenze.
Le competenze riguardano la persona nella sua complessità e si basano sul tipo di intelligenza che ognuno ha, sullo stile di apprendimento, sulla motivazione ad apprendere e su come sono state assimilate e rielaborate conoscenze ed abilità. Le competenze non sono statiche, bensì dinamiche e si dimostrano in situazione.
Tutto questo ci induce a credere che per certificarle non sia sufficiente una prova d’esame, né un voto di ammissione, né una prova nazionale, ma che sia soprattutto necessario valutare la persona nel triennio, accompagnandola con osservazioni e suggerimenti, supportandola nella sua crescita e rilevandone alla fine le competenze acquisite, di carattere trasversale e non disciplinare (!) con osservazioni sistematiche condivise tra i diversi ordini di scuola. Queste tabelle sinottiche e diacroniche dovrebbero costituire la sintesi della documentazione che avvalora il giudizio espresso dai docenti.
Sarebbero opportune anche alcune riflessioni sul colloquio interdisciplinare, che dovrebbe essere impostato sulle competenze e non sui contenuti o sulle discipline ed invece, nel migliore dei casi, si basa sulla classica tesina che si rifà il look in ammiccanti presentazioni multimediali, perdendo però tutta la rielaborazione linguistica che componeva la tesina prima scritta a mano e poi in word!
Il colloquio preparato rischia di far comprendere al ragazzo che si possono recuperare tre anni di studio con una bella presentazione e riduce la trasversalità ad una associazione logica di eventi e luoghi.
In alcuni casi evidenzia la capacità/competenza nell’elaborare una mappa, in altri valorizza una tematica che è stata trattata a livello pluridisciplinare. Ma mai, quasi mai, evidenzia la competenza di sviluppare collegamenti e particolari interconnessioni o di interagire efficacemente nella discussione d’esame, non perché i ragazzi non ne siano capaci, ma perché non lo consente l’impostazione didattica a monte, e anche perché il colloquio è diventato il pronto soccorso dell’esame per cui giammai il professore chiederà qualcosa che non sia tacitamente concordata con l’alunno; infatti una risposta mal data, una incertezza improvvisa potrebbero far rischiare l’abbassamento della media matematica con compromissione del voto finale e la messa in discussione del voto di ammissione su cui contano senza riserve alunni e mamme come se si trattasse di una questione di vita o di morte!

Punti di riflessione

Alla luce di quanto espresso, come educatore, prima docente e poi dirigente, che crede nella scuola e nel suo valore sociale, ci si chiede se:
• sia opportuno far coesistere nell’esame conclusivo del primo ciclo una valutazione di carattere formativo con una di carattere sommativo;
• non sia opportuno effettuare un monitoraggio sui risultati delle prove per valutare se sia generalizzata la situazione di scarto di uno/due punti di voto di differenza tra le prove interne e le prove esterne e da cosa possa essere determinata la discrepanza in positivo o in negativo tra i risultati delle prove tradizionali e di quella nazionale;
• sia possibile esprimere in modo coerente ed efficace bisogni, situazioni di personalizzazione e livelli formativi di un percorso scolastico come quello del primo ciclo attraverso una valutazione prettamente quantitativa e non qualitativa;
• optando per una valutazione di tipo quantitativo/numerico, sia opportuno parlare di media matematica o di media ponderata;
• sia opportuno mantenere la certificazione delle competenze al termine del primo ciclo o non sia più coerente scinderla dal momento riguardante l’esame, in quanto le competenze non sono oggettivabili e legate ad un momento specifico della vita scolastica, e quindi sia più utile certificarle solo una volta a conclusione dell’obbligo scolastico;
• non si debba pensare, infine, per esempio ad un esame del primo ciclo semplificato, basato sulle prove INValSi di italiano, matematica e lingue straniere e su un colloquio finale, per accertare la comprensione e la coerenza dei risultati rilevati nelle prove scritte.

Per quanto riguarda l’ultima ipotesi, si evidenzia che potrebbe essere percorribile se si vuole rafforzare il principio della uniformità della prova a carattere nazionale e, allo stesso tempo, la possibilità di una rilevazione oggettiva di alcuni apprendimenti, che però non renderanno il quadro completo della persona. Tale soluzione eliminerebbe, comunque, la confusione tra valutazione interna effettuata dai docenti e valutazione esterna nazionale e non creerebbe false aspettative né negli alunni, né nelle famiglie.
L’esame di Stato basato su prove oggettive ma aperte alla trasversalità di alcune abilità, sarebbe concepito come momento valutativo standard, spendibile a livello nazionale ed internazionale, mentre la valutazione di ammissione si trasformerebbe in valutazione finale del triennio, a carattere formativo, che terrebbe conto delle personalizzazioni e delle situazioni di partenza. I due momenti valutativi: quello finale del Consiglio di classe e quello dell’esame di Stato si completerebbero ma manterrebbero in autonomia la propria caratterizzazione e coerenza.

(1) Per valutazione autentica si intende valutare non  solo quello che il ragazzo sa fare, ma anche come costruisce il suo sapere,  i processi di meta cognizione e la contestualizzazione degli apprendimenti. Nella valutazione autentica si consente nelle verifiche di utilizzare risorse  per la realizzazione delle prestazioni e dei prodotti  (Wiggins ’98). Cfr. Mario Castoldi, La valutazione autentica e le rubriche valutative, «Scuola e Didattica» 7 (2006).

(2) Cfr. Giuseppe Bertagna, Valutare tutti valutare ciascuno,  La Scuola, Brescia 2004,  p. 52, «… se è vero che ogni competenza è un’eccellenza che si riconosce negli altri … .è necessario a chi la deve riconoscere che non sia animato da phothònos, l’invidia ostile e negativa, il guardare di traverso, lo spiare e il vedere senza essere visto, tipico di chi intende gareggiare  annientando e  abbassando l’altro …».

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