La voce dei docenti. Difficile il lavoro sul campo…

di Virgilio Dionisi
a cura di Maria Caterina Vittori

Come vivono i docenti l’attuale realtà della scuola?
Qual è il loro stato d’animo di fronte alla continua e rapida trasformazione del mondo, che si riflette nelle loro classi, e alle frequenti modifiche riguardanti la loro vita lavorativa (riduzione delle risorse finanziarie ed umane, livello di retribuzione, età di pensionamento, diffusione di innovazioni tecnologiche, presenza e ruolo dei Presidi nell’organizzazione didattica, creazione di Istituti comprensivi, Documenti nazionali sulla valutazione …)?

 

Per stabilire un contatto diretto con chi svolge in prima persona il delicato compito di aiutare i ragazzi a crescere umanamente e culturalmente, desideriamo aprire sul sito un apposito spazio di dibattito in cui verranno pubblicati brevi testi di riflessione personale sul mondo della scuola ed i relativi commenti che speriamo numerosi.

Iniziamo con lo sfogo di un docente che opera nella scuola secondaria di I grado e che per molti anni ha svolto con passione il suo lavoro con i ragazzi, ma che ora …

 

Difficile il lavoro sul campo

Lo stato della scuola dimostra la caduta libera che stiamo vivendo in questi anni. Non c’è un governo che – a parole – non abbia a cuore la scuola, che non prometta riforme destinate a migliorarla. Poi, dovendo risanare il bilancio dello Stato danneggiato da sprechi e privilegi, gli interventi legislativi sono diversi dalle parole con cui in tanti si erano riempiti la bocca e portano quasi ogni anno a nuovi tagli per l’istruzione: si aumenta il numero degli alunni per classe, si riducono le ore degli insegnanti di sostegno dedicati agli alunni disabili, si blocca il rinnovo del contratto degli insegnanti, se ne congelano gli avanzamenti di carriera, se ne ritarda l’uscita dal lavoro, si propone di aumentare (da 18 a 24) le ore settimanali d’insegnamento.

Ho cominciato il mio mestiere d’insegnante sul finire degli anni ’70. Allora i governi – di manica larga – permettevano ai lavoratori della scuola di andarsene allegramente in pensione da quarantenni. Ora che sto raggiungendo i sessant’anni mi viene detto che non basta ancora e che diversi sono gli anni d’insegnamento che ho ancora di fronte. A quelli come me, nati dopo il ’51 – che costituiscono una massa rilevante di insegnanti in servizio – viene ora chiesto di restare al lavoro 42-43 anni. La riforma previdenziale sta producendo una generazione di “nonni-insegnanti” e sta impedendo a tanti giovani di trovare nella scuola un’opportunità lavorativa; grazie a questo mancato ricambio degli insegnanti, l’Italia sta conseguendo un nuovo record mondiale che le mancava: la classe docente più vecchia al mondo.

Paragono il mio lavoro di insegnante a quello di chi coltiva giovani piantine. Ma non mi sento un giardiniere che ha a disposizione tutto ciò che serve per ottenere un giardino fiorito di cui andare orgoglioso. Per coltivare le numerose piante in quel campo sconfinato, in quella terra dura, ho a disposizione pochi attrezzi malmessi, manici scheggiati, lame spuntate.

I miasmi delle fabbriche della città che giungono sul campo, quei fumi, quelle sostanze nocive rischiano di incidere sullo sviluppo delle piantine più delle cure che noi contadini offriamo loro e dello scarso concime che abbiamo a disposizione. Il loro apparato radicale sembra non irrobustirsi più di tanto; si sviluppano invece in altezza i loro fusti, che – esili – crescono in direzione della città con le sue luci, con i suoi suoni.

Al padrone il destino di quelle colture non sembra interessare più di tanto. Quel campo è solo un’azienda in perdita. Purtroppo, non può rinunciarvi, l’ha ereditato e ne va del suo prestigio. Finge di prendersene cura e si vanta di avervi apportato grandi miglioramenti, di utilizzare le più moderne tecniche di coltivazione.

Quando si reca in città, al bar ostenta la foto di un enorme mezzo agricolo di ultima generazione con tanto di aria condizionata; se ne compiace aggiungendo: «Ho realizzato un’azienda high tech».

Fa anche capire che se, nonostante i miglioramenti apportati, continua ad esserci qualcosa che non va, può dipendere solo da quei fannulloni dei contadini.

Io non mi sento un fannullone; giorno dopo giorno mi reco nel campo e, nonostante la paga modesta, non mi do malato, non mi metto a leggere il giornale sotto l’ombra della quercia: zappo. Con quella zappa sbeccata cerco di favorire la crescita delle giovani piante che mi sono state affidate.

Che cosa ne pensate?
Condividete il pensiero dell’autore o vivete la realtà della scuola in modo diverso?
Inviateci le vostre opinioni all’indirizzo
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