La letteratura: uno studio per pochi?

A che cosa serve lo studio della letteratura nella scuola del XXI secolo, quella della generazione digitale? Gli studenti oggi hanno strumenti e strutture cognitive per affrontare la lettura di un romanzo, cioè un testo che si sviluppa su parecchie pagine cartacee? La scuola come si colloca in questa situazione?

Sono queste le domande alle quali cerca di rispondere il canadese Michael Reist in un intervento che sta suscitando un dibattito appassionato sulla rete.

Le proposte di Reist sono chiare: se la maggioranza degli studenti non riesce a seguire un insegnamento di letteratura (e nemmeno a dargli senso), perché imporla a tutti? Impostiamo percorsi di apprendimento differenziati che diano agli studenti la possibilità di approfondire i loro interessi.

È fin troppo facile rispondere che la conoscenza della letteratura è fondamentale in un percorso educativo e che affrontare la lettura dei romanzi vuol dire entrare in contatto con i sogni, gli incubi, le speranze e le illusioni che costituiscono la nostra cultura e la nostra umanità: «la mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare con i suoi mezzi specifici». Sono parole di Italo Calvino, dalle sue Lezioni americane, scritte quasi trent’anni fa.

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Le Sei proposte per il prossimo millennio (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza) vengono individuate e raccomandate come «valori, qualità o specificità» per dare al messaggio letterario vitalità e attualità anche in epoche di scarsa attenzione per la lettura (e già quella di Calvino lo era).

Credo però che la provocazione di Reist ponga diversi aspetti interessanti (il passaggio dalla civiltà della stampa a quella digitale; la definizione di livelli minimi di apprendimento; la personalizzazione dei percorsi educativi in base agli interessi degli studenti) e tra questi uno merita di essere almeno citato in un sito come www.didatticare.it.

Aumenta la distanza tra le giovani generazioni e la lettura prolungata di testi cartacei. È proprio vero? Le statistiche sulla lettura in Italia ci dicono da anni che sono proprio i più giovani a leggere di più, almeno fino alla scuola secondaria di primo grado (pensiamo a fenomeni editoriali come Harry Potter o alla saga di Twilight…).

Allora forse il problema non riguarda la lettura ma la didattica, spesso appesantita da introduzioni, quadri storici, biografie e analisi testuali (proprio la strategia migliore per creare noia e disinteresse) e poco propensa a un contatto diretto tra lo studente e il testo narrativo.

E voi che cosa ne pensate?

Un Commento:

  1. Antonella Nocivelli

    “non mi stupisce che sia un americano (canadese)a scrivere tali affermazioni ! noi siamo lontani mille miglia dal suo pensiero perché ogni giorno coi ragazzi abbiamo la conferma di quanto sia utile, bello, importante, creativo ecc… leggere i classici e i moderni , quando mi diranno che non ne vale la pena smetterò di insegnare, ma mai penserò di aver sbagliato!”

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