Educare all’ermeneutica per vivere il proprio tempo

Qual è il senso dell’educare nella complessa società del terzo millennio e quali sono le prospettive della pedagogia contemporanea? Lo abbiamo chiesto a Riccardo Pagano, docente ordinario di Pedagogia Generale presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Bari.

Intervista a cura di Chiara Napoli, dottore di ricerca – Università di Bari

Professore, quale ritiene sia oggi il compito della pedagogia?
L’epoca che viviamo, già definita post-moderna, è contrassegnata dalla fine delle grandi ideologie e dal trionfo di nuove “divinità” come la tecnologia, l’edonismo, il possesso degli status symbol. L’uomo, chiuso nel suo particolarismo, immerso nel pathos del quotidiano, guidato dall’etica del funzionalismo e del contingentismo, non è più in grado di dialogare con l’Altro per progettare insieme nuovi scenari storici e valoriali. In tale contesto il dibattito pedagogico è quanto mai incerto e oscilla tra la ricerca di ricette metodologiche miracolistiche, sottigliezze epistemologiche talvolta esasperate, che fanno smarrire la dimensione umana dell’educare, rischi di derive psicologistiche, tecnologistiche, sociologistiche ed istruzionistiche.
Personalmente ritengo che oggi la pedagogia più che imporre nuovi dogmi o tentare strategie più o meno scientifiche, si debba sforzare di individuare strade percorribili affinché l’uomo contemporaneo si educhi ad essere “uomo del suo tempo”, cioè custode della tradizione, ma anche cittadino responsabile, costruttore di una vita eticamente intesa, ricca di senso e di contenuto. Per questo propongo una pedagogia ermeneutica, che aiuti a vivere consapevolmente il presente ricercando nuovi orizzonti di senso.

Può chiarire meglio cosa intende per “pedagogia ermeneutica”?
È una pedagogia che recupera i paradigmi della filosofia ermeneutica gadameriana e, in particolar modo, la categoria della storicità. L’obiettivo educativo è di far comprendere all’educando di essere un soggetto storico in un doppio significato: di essere “figlio” del proprio tempo (con la sua cultura, tradizione, Weltanschauung) e di essere inserito in un processo che lega il passato al presente. Se non c’è questa presa di coscienza non è possibile ipotizzare alcuna progettualità pedagogica perché il giovane non nutre alcuna appartenenza, non si percepisce come artefice attivo, responsabile verso sé e verso gli altri, ma si sente “vivere” nel presente, è vittima del presentismo. La coscienza della propria storicità è, dunque, l’elemento fondamentale per vivere autenticamente la vita, cioè interpretarla alla luce del passato non per rinchiudersi in esso, ma in funzione del presente e del futuro. Percepire se stessi come soggetto storico vuol dire, inoltre, comprendere che non esistono Verità dell’uomo assolute, né un modo neutrale di interpretare la realtà, ma solo punti di vista che dipendono dalla prospettiva storica da cui si guarda il mondo. Ciò è il presupposto per maturare una disponibilità al dialogo, un atteggiamento di tolleranza e di apertura verso i pensieri, i valori, le culture, gli stili di vita altri, tutti tratti importantissimi in una società multietnica e multiculturale come la nostra.

Come può l’educatore favorire questo processo di maturazione della “coscienza storica” di cui ha parlato?

Deve educare all’ermeneuticità. Intendo dire che non deve partire da verità precostituite da trasmettere (cosa è il bene, il male, il giusto ecc. come fossero principi assoluti e immutabili), né fornire interpretazioni del reale già definite, ma educare il soggetto a porre egli stesso domande alla realtà e a discernere autonomamente e criticamente nella prassi quotidiana ciò che è bene da ciò che è male. Il giovane deve imparare ad essere un soggetto interpretante, ossia deve acquisire la capacità di “leggere”, come fossero un testo scritto, fatti, situazioni, condizioni, contesti – e per contesti si intende anche il proprio contesto storico di vita – non per fermarsi allo stadio della comprensione, ma per compiere un ulteriore passo: elaborare un progetto di vita nel mondo e per il mondo, assumendosi la responsabilità dell’agire individuale.

Calando il discorso nella concretezza della quotidiana prassi scolastica, come dovrebbe essere sviluppata la didattica disciplinare nella prospettiva di una pedagogia ermeneutica?
Per valutare questo apporto si deve innanzitutto partire dal presupposto che la disciplina scolastica è come un testo scritto: possiede una sua organizzazione interna, ha sue procedure e un suo linguaggio, per questo è suscettibile di interpretazioni nei suoi significati e nelle sue diverse morfologie. L’allievo deve dialogare con la “materia”, deve far incontrare il proprio punto di vista con quello offerto dalla disciplina per guardare la realtà con gli occhi di quel settore scientifico. Chiarito questo passaggio, risulterà più facile comprendere che, nell’ottica di una pedagogia ermeneutica, l’insegnamento disciplinare non è fine a se stesso, ma serve per maturare quella “coscienza”, storica, matematica, artistica, religiosa, ecc., con la quale, e per mezzo della quale, si diventa “persone consapevoli”. Facciamo qualche esempio concreto per rendere più chiaro il concetto. L’insegnamento della storia dell’arte dovrà mirare a far maturare una “coscienza estetica”, partendo dal presupposto che l’opera d’arte non è oggettivamente definita – così come è presentata nelle scuole oggi-, ma acquista continuamente nuovi significati a seconda di chi la interpreta. L’insegnante non fornirà agli studenti interpretazioni critiche “preconfezionate”, da manuale antologico, ma farà in modo che essi “incontrino” l’opera e “dialoghino” con essa. La visita ai musei o alle biblioteche, o la visione di riproduzioni fotografiche non avverrà con il filtro di giudizi critici già dati, ma si svolgerà in modo tale da consentire all’allievo di vivere l’esperienza estetica in prima persona, “soffermandosi” di fronte all’immagine. E non è di secondaria importanza il valore educativo di un insegnamento che abitui alla sospensione temporale, alla pausa, al “soffermarsi”, appunto, in una società, come quella attuale, che ha fatto della velocità frenetica e del “tutto e subito” i suoi idoli.
Quanto detto può valere anche per l’insegnamento della storia. Questa disciplina si porrà come obiettivo primario l’acquisizione di una “coscienza storica”: pertanto, l’insegnante non si preoccuperà tanto di far conoscere la verità storica, così come la presentano le ricostruzioni storiografiche accreditate, quanto di mettere l’allievo nella condizione di interrogare personalmente i documenti e/o le testimonianze. Pensiamo a quanto potrebbe essere proficuo, per esempio, se gli allievi sentissero parlare direttamente un testimone della guerra del Golfo. In questo caso veramente si realizzerebbe il rapporto ermeneutico tra due esperienze storiche: quella del testimone, con il suo tragico vissuto, e quella del giovane studente con il suo tempo da fast food e da realtà virtuale. L’incontro non avrebbe la pretesa di raggiungere la piena conoscenza sul fatto storico, la guerra in questo caso, ma di mettere a confronto due realtà di vita estremamente diverse, rendendo consapevole l’allievo della propria determinazione storica (sono questo perché sono nato in questo tempo, in questo luogo, in questa famiglia, ho fatto queste esperienze e quindi così vedo il mondo).

Pensa che la pedagogia ermeneutica possa essere una risposta ai nuovi bisogni educativi contemporanei?

In ambito educativo non esistono ricette infallibili, ma possibili vie da percorrere. La pedagogia, oggi più che mai, deve offrire tesi educative che incidano sul comportamento dell’uomo nel sociale. L’attuale società tardocapitalistica è omologante, riduce la facoltà critica, nel senso kantiano del termine, è intollerante, pensiamo a fenomeni come il bullismo, la xenofobia, le esasperazioni di posizioni identitarie. Tutto ciò non può non farci riflettere sulla debolezza delle proposte educative. È proprio partendo da questa consapevolezza di falsa libertà e di incapacità a interagire con la diversità, che la pedagogia ermeneutica, richiamandosi alla capacità interpretativa del singolo, mai disgiunta da orizzonti di senso, gioca le sue carte, perseguendo l’autonomia di giudizio, l’agire consapevole e responsabile, l’apertura al dialogo come modo d’essere, la ricerca della ragionevolezza nelle situazioni di conflitto. È una scommessa che rientra pienamente in quella “sfida educativa” nei confronti dell’ “emergenza educativa” di cui, oggi, tanto si parla.

 A cura di Chiara Napoli
Dottore di Ricerca, Università degli Studi di Bari

Per approfondimenti
R. Pagano, L’implicito pedagogico in H.G. Gadamer,La Scuola, Brescia 1999.
R. Pagano, Educazione e interpretazione, La Scuola, Brescia 2004.
R. Pagano, L’ermeneuticità e… oltre, in C. Laneve (a cura di), Nuovi orizzonti dell’educazione, La Scuola, Brescia 2008, pp. 25-43.

Un Commento:

  1. interessante e ricco di spunti per la didattica!!!! per una scuola che si rinnova e sa stimolare l’interesse dei ragazzi di oggi

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